lunedì 19 dicembre 2016

Valute e solidarietà tra colleghi

Per non dimenticare

Verso la fine degli anni Ottanta, svolgevo a Trieste, con il grado di tenente colonnello, l’incarico di aiutante maggiore presso il Comando della X Legione della Guardia di finanza. Una mattina, recatomi come al solito in ufficio, trovai tra la posta in arrivo un fonogramma, inviato da un reparto operativo che aveva sede, tra l’altro, nella stessa caserma, il quale comunicava quanto segue: la sera precedente, avevano effettuato il sequestro di alcune migliaia di banconote di una valuta decisamente inconsueta, Kwanzas angolani. Ora, tra i miei difetti, di cui forse si potrebbe anche fare a meno, c’è quello della numismatica. Sono collezionista di monete e banconote di tutto il mondo, ma non avevo mai visto quelle banconote dell’Angola. Spinto dalla curiosità, dunque, mi recai presso il reparto che aveva operato il sequestro e chiesi di vederle. Essendo il comandante, tra l’altro, mio collega di accademia e frequentatore di corsi nello stesso periodo in licenza, spiegai al tenente che lo sostituiva la mia passione collezionistica e lo stesso non trovò, ovviamente, nulla in contrario a mostrarmi il reperto. Dopo di che, gli chiesi se fosse stato possibile fare una fotocopia di una di quelle banconote che avrei comunque tenuto tra la mia raccolta. Non chiesi altro, ed il tenente, avendo capito a pieno la mia innocua motivazione, acconsentì di buon grado ed in cordialità.

Tornato nel mio ufficio, dopo qualche ora, ricevetti una telefonata dal capo ufficio operazioni, il quale mi comunicava quanto segue: il mio collega, che era come già detto in licenza, si era recato in ufficio di passaggio e, saputo della mia richiesta, aveva dato corso alla stesura di un rapporto penale di denuncia nei miei confronti, perché, a suo dire, avrei interferito nelle indagini che stavo conducendo ed avevo carpito dati segreti sottoposti a sequestro giudiziario. La mia pronta disponibilità a restituire la fotocopia della banconota, non fu presa in considerazione.

Mi recai, allora, nell’ufficio del generale comandante, ed esposi dettagliatamente il fatto, senza nulla tralasciare. Ricordo ancora come il generale mi ascoltava, tra il trasognato e lo sbalordito, del tutto incredulo che si potesse arrivare a tanto; quindi mi congedò assicurando che si sarebbe occupato della cosa. Dopo pochi minuti il collega dell’ufficio operazioni mi comunicò che il rapporto di denuncia nei miei confronti era stato distrutto per ordine preciso del generale e mi invitava a fare altrettanto con la fotocopia della banconota in mio possesso. “Non facciamo polveroni assurdi” mi fu riferito che erano state le parole del generale. Questo episodio può spiegare alcune cose: in primo luogo circa i rapporti tra gli ufficiali all’interno del Corpo, quindi circa i metodi di vero “filibustering” che si usavano verso chi solo parlava di riforma del Corpo, alla luce del sole e nell’ambito della più stretta legalità; era , in sostanza, la solita vecchia abitudine italiana di tentare di far fuori con un anomalo ricorso alla giustizia chi dissente politicamente dalla linea ufficiale dei gestori del potere; inoltre, lo ritengo uno spaccato psicologico da manuale sulle qualità umane di alcuni appartenenti al Corpo, almeno allora, l’oggi non mi interessa.

Il collega pensò di poter continuare a trattare ancora con me, ma io ritenni di dover da allora interrompere ogni rapporto personale con lui al di fuori di quelli meramente d’ufficio.

Per concludere ed a commento di questo particolare e certamente inconsueto episodio (per quanto a volte sia da criticare l’operato di chi opera nella Guardia di finanza, questo sicuramente è un caso limite) voglio citare quello che lessi, qualche tempo fa, in un vecchissimo romanzo degli anni Trenta: a volte ci si può trovare a combattere contro leoni anche se è probabile che se ne esca sconfitti, ma si può anche vincere; combattere contro i pidocchi è da evitare, sia perché la cosa comunque lascia umiliati, sia perché se ne esce sicuramente sconfitti. I pidocchi vincono sempre, appunto perché sono pidocchi.

Vincenzo Cerceo

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