sabato 9 aprile 2016

Tentazioni petrolifere - minata la credibilità del governo Renzi

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In passato altri scandali coinvolsero petrolieri, politici e militari

Il petrolio della Basilicata ha infiammato improvvisamente il panorama politico italiano, infliggendo, comunque vada a finire la vicenda, un colpo decisivo alla credibilità del governo Renzi, che, ora più che mai, si riconferma, nella più piena tradizione italiana, come struttura molto, ma molto, sensibile ad interessi specifici di centri di potere che nulla hanno a che vedere con la rappresentatività democratica; ma, a parte ciò, una considerazione non possiamo astenerci dal fare: il petrolio, nella vita politica italiana, è davvero altamente e periodicamente inquinante. 

Proviamo a tracciare, per sommi capi, una mappa del malcostume petrolifero durante gli ultimi decenni della storia nazionale.

Fu all’inizio degli anni Settanta, cioè circa cinquant’anni fa, che, a Genova, una iniziativa giudiziaria destò grande clamore mediatico. Era, quello, il periodo in cui i paesi produttori di petrolio, con in testa l’allora scià di Persia, decisero di aumentare, e di molto, i prezzi sul mercato internazionale del petrolio greggio, che, fino quel punto, era stato sempre svenduto a pochi centesimi di dollari al barile. Ciò, naturalmente, ebbe forti ripercussioni sulle economie dei paesi consumatori.

In Italia, in particolare, si avviò una corsa al rialzo dei prezzi dei carburanti, che i petrolieri richiesero, ed ottennero, documentando i maggiori costi da loro asseritamente sostenuti per gli aumenti di prezzo che il “crude oil” aveva avuto sul mercato internazionale. Poiché però nell’arco di pochi mesi tali aumenti si succedevano a raffica, quattro pretori genovesi vollero vederci più chiaro ed inviarono la Guardia di Finanza ad effettuare una perquisizione presso la sede dell’associazione dei petrolieri cittadina. L’effetto fu clamoroso: colti di sorpresa, i petrolieri, che si consideravano inattaccabili, dovettero consegnare tutti i documenti interni da cui risultò che i dati in base ai quali quegli industriali avevano chiesto ed ottenuto gli aumenti suddetti erano tutti gonfiati ad arte e, pertanto, trattavasi di una gigantesca frode, avallata dalle leggi approvate sulla pelle dei consumatori. C’erano anche, ovviamente, finanziamenti ai partiti politici, ma allora queste specifiche indagini avevano difficoltà ad andare avanti. Finì, dunque, la cuccagna dei petrolieri, che smisero, almeno al momento, di ottenere aumenti a raffica, ma le alte gerarchie del Corpo pensarono bene di occuparsi anche di quegli ufficiali che avevano svolto le indagini agli ordini dei pretori. Per premiarli? Naturalmente no: per trasferirli in sedi a loro non gradite, e tale rimase il provvedimento, anche se i pretori presero le difese dei trasferiti. Come dire: perché quegli ufficiali non avevano riservatamente avvertito chi di dovere sulla delicatezza della cosa? Se a qualcuno quanto sopra parrà strano non avrà da fare altro che andare a rileggere le cronache giornalistiche di quel tempo.

Passata quella vicenda, nelle cronache giudiziarie italiane bisognerà attendere alcuni anni per assistere ad un’altra esplosione petrolifera; fu quando l’allora comandante generale del Corpo, ed il suo capo di stato maggiore, decisero, dentro il comando generale di via Sicilia, di creare una vera e propria associazione, simile a quella per delinquere, finalizzata al contrabbando di olii minerali, con certificati H TER 16 falsi ed ampie compromissioni di appartenenti al Corpo, di ogni grado, ai fini di favorire la vicenda. Andò male perché un ufficiale dell’epoca, e vogliamo fare il nome, il tenente colonnello Vitali, si rifiutò di essere complice e provocò l’esplodere dello scandalo, che fu di dimensioni gigantesche, ma che alla fine fu contenuto, dato che parte di quei soldi truffati all’erario andavano a finanziare partiti politici allora dominanti.

Ora, è dunque la terza volta che il petrolio irrompe sulla scena politica ed istituzionale italiana, e questa volta non è la Guardia di Finanza ad essere protagonista in negativo, ma, pare, la Marina Militare. Vedremo come andrà a finire. Come diceva uno che di inchieste penali se ne intendeva, e cioè Vito Ciancimino, le inchieste non bisogna vedere come si aprono ma come si chiudono.

Vincenzo Cerceo

1 commento:

  1. Sulla credibilità del governo Renzi: da quanto è emerso finora dalle indagini, risulta che nel far approvare l'emendamento alla legge di stabilità che nella sostanza facilitava la procedura per l'avvio delle estrazioni in Basilicata, vi era un interesse del convivente della ministra Guidi, e che lo stesso abbia utilizzato la sua relazione affinché l'emendamento passasse. Dopo la pubblicazione delle telefonate, la ministra, seppur al momento non indagata, ha fatto l'unica cosa che le rimaneva da mettere in atto: dimettersi. Al momento non risulta però che la decisione presa dal governo sia stata presa per compiacere parti private, ma unicamente per ragioni di scelta politica, non risulta cioè (allo stato dei fatti, così come li conosce l'opinione pubblica), che né il ministro Boschi né il presidente del consiglio Renzi fossero a conoscenza delle pressioni del convivente dell'ex ministra Guidi.

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