domenica 12 luglio 2015

Il presidente del consiglio che si fa amichevolmente chiamare «stronzo» da un generale della Guardia di Finanza

Se la pubblicazione – avvenuta ad opera de Il Fatto Quotidiano –  dell’intercettazione telefonica tra il presidente del consiglio Matteo Renzi ed il generale Michele Adinolfi è fedele e testuale nei contenuti, nei particolari, il nostro Paese è davvero sceso a livelli bassissimi di morale e di etica.

Renzi, tanto per iniziare, nell’ambito di questa conversazione telefonica che sarebbe avvenuta con Adinolfi, definisce il suo predecessore – Enrico Letta –  nonché esponente del suo stesso partito (PD), «un incapace». Senza alcun rispetto per la persona e con una “eleganza” dialettica  che la dice lunga su chi ci hanno imposto come primo ministro. Ma si sa, il nostro è un Paese a sovranità e democrazia limitata, nel giro di pochissimi anni è già il terzo presidente del consiglio che ci viene imposto e che non abbiamo mai votato ed eletto. Dopo il bocconiano Monti,  grande amico di Angela Merkel, poi è stata la volta di Enrico Letta ed ora quella del giovane Renzi, ex sindaco di Firenze molto “amato” dagli insegnanti e dai pensionati di tutta Italia. Ma passiamo alle clamorose rivelazioni de Il Fatto Quotidiano che sembrano fare quadrare alcuni cerchi, specialmente quelli relativi alle nomine ai vertici del Corpo della Guardia di Finanza. Alcune di queste intercettazioni telefoniche ed ambientali sono curate dai “cugini” dell’Arma dei Carabinieri, gli intercettati si sentono così sicuri del loro enorme potere che neppure pensano di essere ascoltati e vanno a ruota libera, proprio come potrebbero andare dei buontemponi nell’ambito di chiacchiere da bar. Ma nel caso in specie non si tratta di chiacchiere tra amici che si incontrano in osteria bensì del destino dell’Italia.

Generali super pagati che si fanno la guerra a suon di raccomandazioni politiche, sotto i saluti militari si celano spesso rancori, odio, invidia e rivalità. Salire al vertice della Guardia di Finanza non è, per i generali, solo una questione di prestigio ma principalmente di potere, di benefit e di stipendio.

I fatti risalgono al periodo precedente la nomina di Renzi, da parte di Giorgio Napolitano, alla presidenza del consiglio dei ministri. L’allora ministro dell’economia del governo Letta, Fabrizio Saccomanni, porta in consiglio dei ministri la richiesta di proroga, per altri due anni, del generale Saverio Capolupo, ma Adinolfi si infuria ed in un sms intercettato avrebbe scritto: «Veramente allucinante, oggi il ministro Saccomanni ha portato in Consiglio sei mesi prima la nomina di Capolupo. Siamo senza parole, un ministro che non si sa se resta, 6 mesi prima porta in Consiglio una nomina così». La nomina di Capolupo a comandante generale viene definita «inquietante» dall’attuale sindaco di Firenze Nardella e Adinolfi minaccia: «Mi vado ad incatenare davanti a via XX Settembre (sede del Ministero dell’Economia)…».

Nell’ambito di queste intercettazioni il generale Adinolfi, sia pure in forma amichevole, si prende delle confidenze con il presidente del consiglio che superano ogni limite del buon gusto,  appellandolo anche come «stronzo».

Se un cittadino straniero leggesse queste opinioni espresse da  politici e da generali si chiederebbe subito in che paese è capitato, se questa è la repubblica delle banane, laddove esponenti istituzionali conducono squallidi giochi di potere mentre la Nazione va alla deriva, soffocata dalle tasse, da uno sfrenato liberismo e da opinabili riforme.

Lorenzo Lorusso -  presidente dei Finanzieri Democratici

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