lunedì 8 dicembre 2014

Guardia di Finanza e democrazia all’italiana

 

Pochi giorni fa c’è stato un servizio televisivo che mi ha portato a fare qualche riflessione. 

All’inaugurazione di un nuovo corso presso la Scuola di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Ostia, sono intervenuti il Capo del Governo ed il Ministro dell'Economia, soffocati da apparenti ossequi militari. Quello che colpiva nel servizio televisivo era lo ”stormo” di aquile che spiccavano sui berretti dei generali del Corpo, contornati da un firmamento di stellette e di greche svettanti sulle rigide spalline, a formare una visione nel complesso un po' inquietante. Per non parlare dei nastrini che facevano mostra di sé sui petti fieri di quegli alti ufficiali, corrispondenti ad altrettante medaglie (di un metallo più o meno prezioso) inventate in tempo di pace, mentre se i nostri generali avessero combattuto qualche guerra vera, di nastrini ce ne sarebbero stati sicuramente di meno.

Questa polizia fiscale militare di origini monarchico-fasciste - che una legge fondamentale, ”la nr. 4 del 1929”, aveva potenziato - fu assorbita dall’ordinamento democratico repubblicano senza essere portata allo stato civile, e per decenni proprio per quella legge originaria fu tenuta in vita. Solo la riforma tributaria del 1973 ha avuto l’effetto di ridimensionare certi aspetti, lasciando ancora al Corpo poteri che sono al limite dei principi democratici.

Questo Corpo, del resto, vive di una sua anomala autonomia e libertà di azione che il Parlamento farebbe bene ad approfondire per poi intervenire.

Basterebbe segnalare il ”Servizio I “, che aveva fra le molteplici finalità quella di indagare sulla correttezza morale del personale, ed è finito per esercitare poteri di indagine, pedinamento e repressione nei confronti di militari che chiedevano la smilitarizzazione e la sindacalizzazione del Corpo. Esercitava un potere repressivo nei confronti di libertà costituzionalmente garantite quale la libertà di pensiero, una libertà che il nostro Stato e certe sue istituzioni fanno fatica a recepire. 

La Rappresentanza Militare non è certo un faro di democrazia perché scaturita da un compromesso, dopo le lotte nell’ambito di tutte le Forze Armate e dei Corpi di Polizia, portate avanti da personale più sensibile ai valori di libertà e democrazia. Non è stato pertanto frutto della maturazione democratica dei vertici militari, ma un'istituzione alla quale bisognava furbescamente adeguarsi, e così la Rappresentanza Militareè stata strutturata e regolamentata in modo da poter controllare ogni forma di dissidenza.

Questo è uno Stato che sul cammino della democrazia deve ancora fare molto per l’attuazione piena dei valori della Carta Costituzionale. 

Siamo pieni di Corpi di Polizia più o meno militari che si sovrappongono nei compiti, ognuno cercando di guadagnare la massima visibilità al fine di entrare in tutti i settori dello Stato da controllare per poter richiedere sempre più uomini, più mezzi, più finanziamenti, per poter giustificare più generali di corpo d’armata, di divisione, di brigata.

La vera lotta all’evasione fiscale è solo una delle tanta favole all’italiana che si ostinano a volerci far credere. Siamo il paese con il più alto tasso di evasione in Europa, nonostante abbia un corpo militare di polizia fiscale con costi che non possiamo più tollerare a fronte di risultati che non dimostrano segni di inversione di tendenza. 

Una volta a Bari un colonnello del Corpo titolato di Scuola di Guerra ebbe a dirmi che la Guardia di Finanza non aveva bisogno del sindacato per migliorare la situazione organizzativa ed economica. A suo dire bastavano un governo sensibile, un parlamento sensibile al loro sbattere di tacchi e alla loro disponibilità.

Questa teoria trova conferma, ad esempio, in certe passeggiate marine dell’ex presidente della Camera Fini a bordo di mezzi navali del Corpo in zone interdette alla navigazione ai comuni cittadini, perché parchi marini. Guai a superare quei limiti, ci sarebbe stata subito una vedetta del Corpo ad irrogare una sonante multa. 

Un paese dove trionfa la corruzione, l’evasione fiscale ai vertici di istituzioni pubbliche e private, un corpo militare - quale la Guardia di Finanza - fuori dal controllo democratico, con le sole virtù militari non è in grado di arginare la corruzione al suo interno, ricordando che i suoi vertici, e non solo, sono stati coinvolti in gravissimi fatti di corruzione e di connivenze di rilevanza penale. 

Nelle scuole del Corpo sarebbe più valido soffermarsi sui valori della democrazia, sottolineare il sacrificio di chi è caduto per questa democrazia. Invece si continuano ad esaltare i caduti delle guerre, specialmente quelli della seconda Guerra Mondiale in Albania e in Jugoslavia, paesi da noi aggrediti in una guerra voluta dal fascismo e dai vertici militari, compresi quelli del Corpo. Ai questi caduti va il nostro rispetto perché hanno dato la loro vita, un sacrificio inutile in un conflitto subito ed imposto da una catena di comando irresponsabile, perché consapevole del grado di impreparazione militare, ma pronto alla cieca obbedienza e riverenza verso un potere con sonanti battute di tacchi al fine di allargare il proprio potere.

É irresponsabile assicurare la piena lotta all’evasione fiscale in questo paese con battute di tacchi quando si sa che è un processo difficile e lungo che richiede soprattutto una educazione civica del popolo non favorita dagli scandali. Quando si arriverà a vedere le istituzioni non solo come repressori, quando queste dimostreranno di non essere fonte di privilegi o altro, quando si renderanno conto che le virtù militari sono spesso un paravento ma che il Corpo ha bisogno di uomini liberi pensanti, non vincolati da assurdi codici militari, solo allora potremo affrontare civilmente una guerra al malcostume, all’evasione, con una partecipazione condivisa democraticamente. 

Dott.Carmine Buffone

Già cap. O.A. della G.di F. in spe

Ex vice direttore delle Dogane Italiane

Ex direttore tributario delle Imposte Dirette

Nessun commento:

Posta un commento